20 / 10 / 2015

L’etichetta ieri, oggi e domani. Intervista a Manlio Tonutti

L’etichetta ieri, oggi e domani. Intervista a Manlio Tonutti from SGA Wine design on Vimeo.

Intervista a Manlio Tonutti, alla guida dell’azienda Tonutti Tecniche Grafiche di Fagagna (UD) con i figli Maria Teresa e Marco. 400 milioni di etichette stampate al mese, 130 dipendenti, 70 anni di storia alle spalle, l’impresa fondata da Pietro Mario Tonutti è definita la “Cartier dell’etichetta” per la sua vocazione alla stampa di qualità. Punto di riferimento internazionale nell’ambito del labelling, l’azienda friulana ha, negli anni, allargato i settori serviti, passando da quello enologico al beverage in generale, al food e ai cosmetici. Tonutti, sinonimo di etichette, ha vinto il premio “La Vedovella 2014”, noto anche come l’”Oscar della stampa”, con la nomination di Best Label Printer.

La Tonutti Tecniche Grafiche è un azienda d’eccellenza italiana che nasce circa 70 anni fa, ad opera di suo padre, Mario. Può raccontarci come è nata la tipografia e tratteggiarne brevemente la storia?

È una storia abbastanza curiosa. Mio padre era un sarto. Era un bravissimo sarto, aveva 20 dipendenti e produceva 20 abiti alla settimana, di qualità. Vendeva anche le stoffe che recuperava in Inghilterra, in Scozia o in Italia. Ma evidentemente era nato imprenditore: non gli bastava l’attività di sartoria. Guardava sempre se c’era la possibilità di fare degli affari.
Aveva un rapporto di conoscenza con una litografia a Udine; nel ‘44, proprio alla fine della guerra, questa litografia, dislocata su due piani, fu bombardata: non era rimasto altro che un cumulo di macerie. Il proprietario, parlando con mio padre, disse: «è tutto distrutto, però c’è del ferro sotto, c’è della ghisa, ci sono delle macchine importanti, potrebbe essere un affare smantellare tutto e vedere quello che ne possiamo ricavare». Mio padre intuì che poteva esserci qualcosa di importante da rivendere, per cui comprò da questo tipografo le cose così come stavano, a cancelli chiusi, dicendo: «compro quello che c’è, poi mi arrangio io». Lo stabilimento fu smantellato; una trave si era messa di traverso in un punto della piccola fabbrica su una macchina piana, da pietra, semirotativa. Questa macchina era la più importante; aveva dei danni, ma più che altro alla base, non nei meccanismi di rotazione. Mio padre non si sentì di venderla e la portò nel cortile della sartoria, vendendo il resto. A degli ex-dipendenti di quell’azienda, che erano rimasti senza lavoro, disse: «provate a rimetterla in piedi». Ci lavorarono su uno o due anni, e la rimisero in piedi: stampava. Guardandosi in giro, mio padre capì che in quel momento c’era mancanza di quaderni, e le scuole stavano riaprendo. Così cominciò a stampare quaderni, mentre continuava l’attività di sartoria. Siamo nel ‘45.

Cavit

Bellavista
Restyling Müller Thurgau Cavit e Linea Franciacorta Bellavista

Nel ‘46 si verificò una strana cosa, mio padre disse: «ho fatto la mia ricerca di mercato; ma non l’ho fatta io, è venuta da sé». Nel paese di Fagagna, nel nostro paese, in quegli anni c’era miseria, la gente aveva poco o niente, anche da mangiare, lavoro non ce n’era. Comunque, stranamente arrivò un carro con dei cavalli dalla zona del Collio; sopra c’era una botte di vino che doveva essere scaricata in una delle osterie del paese. Si sparse la voce e all’arrivo della botte uscì mezzo paese. Tutti gli uomini del paese, o quasi. Non riuscirono a portare la botte nell’osteria: l’oste si era attaccato alla spina, man mano che veniva la gente spinava. E così vuotarono la botte. Mio padre, che assisteva alla scena, fece un piccolo ragionamento: la gente era disperata, non aveva neanche i soldi per mangiare, però i soldi per bere un bicchiere di vino c’erano sempre. Disse: «se la gente è disperata beve, ma se è contenta… beve. Io, in qualche modo, mi devo attaccare al settore».
E da lì l’evoluzione: dalla stampa dei quaderni cominciò a guardarsi in giro e si mise a stampare etichette. Per quale settore? In quel momento il vino non veniva imbottigliato, specialmente nella nostra zona, veniva venduto nelle damigiane. Quindi: la grappa. Si mise a stampare etichette di grappa e di liquori. Non bastavano a coprire la possibilità di produzione della macchina piana, pur lenta com’era, e allora affiancò un altro tipo di stampa, sempre nell’ambito delle etichette per sfruttare tutto il resto dell’attrezzatura, adibita a tagliare, verniciare, fustellare… In quegli anni quello che andava, come etichette, in numeri incredibili erano le scope. Le scope di saggina avevano un manico di legno su cui ogni produttore attaccava un’etichetta di carta. Allora le scope avevano nomi famosi, come la Scopa Pippo, prodotta in milioni di pezzi.

Valdo 1

Valdo 2
Restyling Cuvée del Fondatore e packaging originale Prosecco Millesimato Valdo

Quindi etichette di grappa, di liquori e di scope. Da lì si sviluppò il servizio al cliente, che richiedeva il depliant, il catalogo o la scatola: l’azienda pian piano si evolveva dalle macchine piane e dalla litografia. Arrivarono le prime macchine rotative, le prime macchine Roland, dalla litografia all’offset; nell’evoluzione mio padre iniziò a stampare un po’ tutto.
Io sono entrato nell’azienda di mio padre negli anni ‘60. Ho interrotto gli studi, ho interrotto l’università (ero diplomato in ragioneria), e ho cominciato a lavorare con mio padre. Mi ha coinvolto nell’azienda di stampa e io ho preso la decisione di stampare solo etichette. La cosa è stata accettata anche da lui, che mi ha reso socio dell’attività al 50%. Quando ci ritrovavamo in famiglia io lo ringraziavo di questa possibilità che mi aveva dato, e la sua battuta era sempre quella: «sì, tu sei stato fortunato, ma anch’io, perché ti ho dato il 50% dei miei debiti».
L’azienda, la nostra azienda, è nata con una ricerca di mercato venuta da sé.

Quindi avete scelto di specializzarvi.

Sì, negli anni ‘70 la scelta è stata di non stampare più depliant o scatole ma solo ed esclusivamente etichette. Ovviamente in tutte le direzioni, in quegli anni come adesso: il nostro core business restava l’etichetta per il vino, però stampavamo un po’ tutto, dal mondo dei soft drinks al settore alimentare.

Rotari

Costaripa
Packaging originali Rotari Arte Italiana e Costaripa Brut Rosé

Come ha ben chiarito, un vostro punto di forza è rimanere al passo con le nuove tecnologie, anzi, spesso anticiparle. Quali sono le ultime innovazioni che avete adottato e quali prevedete di adottare nel prossimo futuro?

Nel tempo abbiamo adottato diverse innovazioni per seguire le richieste dei nostri clienti, intuendo le possibilità offerte dalla stampa rotativa e inimmaginabili con la stampa piana, oppure cercando di superare i grandi limiti della stampa carta e colla, con cui prima si doveva stampare, poi verniciare, poi fare bronzature, o degli ori… Il risultato era legato a troppi passaggi, e le varie fasi di lavorazione rendevano il controllo della qualità abbastanza difficile. Una macchina autoadesiva invece poteva stampare tutto fino in fondo, e si aveva già il risultato.
Certo, bisognava riuscire a convincere anche i fornitori. I nostri sforzi maggiori (forse non solo i nostri, ma di tutti quelli che stampano autoadesivo) sono stati diretti a farci costruire delle macchine che avessero tutte le possibilità, con cui potessimo avere l’offset, che era la stampa primaria per l’etichetta, o il rotocalco, e contemporaneamente dorare (non più bronzatura ma ori a caldo), contemporaneamente verniciare, fare il rilievo, le goffrature e tagliare. Abbiamo cominciato noi ad imporre queste necessità ai nostri fornitori, e li abbiamo trovati d’accordo, ottenendo determinate composizioni di macchine, complete di offset, flexo, con più di una possibilità di oro, con la possibilità di avere anche una linea a rotocalco. E alla fine, e questo è stato per me il più grande risultato, abbiamo potuto aggiungere a queste opzioni anche la possibilità della serigrafia.

Felluga

Chiarlo
Packaging originali Marco Felluga e Michele Chiarlo

Noi, alla Tonutti, abbiamo installato una delle prime macchine serigrafiche piane, lentissima; più di qualcuno ci aveva dato dei matti. Io stesso ero convinto che mai, con quelle velocità di stampa, i nostri clienti avrebbero aderito alla stampa serigrafica. Si è verificato invece che le etichette prodotte dalla piana, per quanto costose, erano di tale qualità che il boom è stato immediato e in breve tempo la macchina non era più sufficiente. Così siamo arrivati a macchine più veloci, sempre con telaio; e siamo stati i primi ad avere una macchina mista, cioè una macchina con gruppi offset e gruppo serigrafico. Da lì l’evoluzione della stampa serigrafica anche rotativa: oggi riusciamo a stampare, se abbiamo le quantità, in serigrafia rotativa, con delle velocità elevate per questi tipi di produzione. Per cui riusciamo ad avere macchine che stampano contemporaneamente offset per la quadricromia, flexo per le verniciature e per i fondi pieni, e in serigrafia, per risultati di grande opacità così come di brillantezza dei colori.

In che modo avete visto cambiare le richieste dei vostri clienti nel corso degli anni?

Nel corso degli anni i nostri clienti di tutti i settori, ma in modo particolare di quello enologico, hanno cominciato ad esportare. Esportando, sono cresciute le loro esigenze relativamente all’etichetta, che doveva essere realizzata con carte idonee a sopportare gli stress del trasporto e della spedizione in luoghi lontani, per esempio negli Stati Uniti. Le bottiglie di vino, magari stivate in ambienti caratterizzati da oltre il 90% di umidità, necessitavano di etichettature con carte e colle idonee, dotate di caratteristiche antimuffa, ha rappresentato assolutamente la richiesta più frequente, grazie alla sua capacità di resistere agli stress. Le esigenze sono cresciute anche nei confronti di quella che è, per esempio per i vini bianchi, frizzanti o spumanti, la tenuta a secchiello. Molto importante anche la possibilità di mandare i prodotti all’esportazione salvaguardando l’etichetta fino all’arrivo e poi fino al mercato senza necessità di contenitori costosissimi: a questo scopo ci vengono richieste etichette realizzate con vernici antigraffio, resistenti a tutte le influenze negative del trasporto, dei cambiamenti di temperatura. Da parte nostra, in collaborazione con i fornitori di materie prime, abbiamo portato avanti una grande ricerca in questa direzione, basandoci sulle richieste dei clienti.
I clienti sono maturati anche per quanto riguarda la qualità delle etichette e su questo fronte abbiamo lavorato con le agenzie; acquisiva sempre maggior importanza, finalmente, la richiesta di avere delle etichette con marchio, delle etichette importanti, delle etichette che si fanno riconoscere. Sempre più spesso ci venivano richieste delle etichette capaci di affrontare qualsiasi tipo di clientela, anche con mentalità diverse, perché quello che può piacere a un mercato in teoria potrebbe non piacere ad un altro. Questo, secondo me, è vero fino ad un certo punto. Oggi, dal mio punto di vista, graficamente, le etichette piacciono dappertutto e alle volte rispecchiano quella che è la caratteristica di un paese. Il cliente vuole essere ricordato, vuole in qualche modo che l’etichetta rispecchi quelle che sono le caratteristiche della sua azienda, cerca qualcosa in più, e io direi che i grafici hanno dato qualcosa in più. Oggi abbiamo delle belle etichette sul mercato, ed è lo stesso mercato a richiederle.

Lunelli

Schiopetto
Packaging originali Azienda Agricola Lunelli e Schiopetto

Quali sono le caratteristiche di un’etichetta di qualità, oggi?

L’etichetta di qualità, oggi, non può prescindere da determinate necessità: prima di tutto deve avere un collante che dia tutte le garanzie nei cambi di temperatura. Sicuramente un’etichetta per un vino rosso, se parliamo di etichette da vino, non ha la necessità di una frigo-conservazione. Quindi potremmo usare una carta diversa a seconda della necessità di una frigo-conservazione o in base alla tenuta in secchiello, ma di norma le due cose ormai, si adeguano, cioè si cerca un collante che abbia tutte le qualità importanti e un frontale che abbia le caratteristiche della lunga durata, dell’antigraffio e della tenuta all’acqua.
Dopo di che l’etichetta deve essere bella. Perciò tutte le tecnologie di stampa di cui abbiamo parlato devono potersi applicare a una grande grafica, adeguandosi alle esigenze di chi ha studiato l’etichetta. Oggi non ci sono limiti per realizzare una bella etichetta, abbiamo la possibilità della stampa offset se abbiamo delle quadricromie, o la esacromia, abbiamo la possibilità di aggiungere sulla stessa etichetta un oro o più, oppure un oro e un argento, con tonalità diverse di trasferimento di ori a caldo; abbiamo la possibilità di avere una stampa flexo per dei tratti o dei pieni. Ritengo che, anche in futuro, per una bella etichetta, non si potrà mai essere esenti da uno o più passaggi alla stampa serigrafica, anche per delle piccole cose, per dei piccoli toni, per dei piccoli tratti. Infine un’etichetta senza una goffratura, senza un rilievo, mi sembra abbastanza povera. Ma questo vale per me, che vado a cercare di tutto e di più sull’etichetta.
Noi stampatori di etichette oggi dobbiamo essere in grado di dare tutto quello che uno studio grafico ci chiede. Un’etichetta può essere semplicissima, per esempio di un solo colore, ma è importante su che supporto viene trasferita e con quale tecnologia di stampa.

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Packaging originali Cascina Castlet

Siamo all’ultima domanda: può delineare per il futuro qualche tendenza più marcata nell’evoluzione di questo mercato?

È difficile, però credo che in certi settori vedremo etichette di cento centimetri quadri o anche di più. Oggi stanno nascendo le sleeve, stanno nascendo altri sistemi di etichettatura, che in certi ambiti possono dare la possibilità al grafico di trasmettere messaggi multipli. Sicuramente andremo nella direzione delle sleeve, andremo nella direzione delle etichette a copertura totale della bottiglia. Questa tendenza, ormai consolidata in altri settori alimentari, coinvolgerà anche il vino, chiaramente certi tipi di vino, certi prodotti, certi quantitativi. È una tendenza destinata ad espandersi, secondo me, così come la tendenza ad apporre sull’etichetta dei messaggi da trasferire: oggi noi stiamo lavorando molto sulla realtà aumentata. Sempre più spesso troveremo sull’etichetta un piccolo logo da puntare con il cellulare per avere tutte le notizie relative al vino, al prodotto, all’azienda. Già oggi facciamo delle retroetichette sempre più belle: in futuro dovranno essere anche sempre più intelligenti, dare tutte le notizie del produttore, di quel tipo di prodotto, di come è stato vinificato, della sua annata. In questo modo, secondo me, avremo completato quella che è la richiesta di un cliente. Il mondo nuovo ci porta in una direzione dove l’informazione, tutto quello che c’è dietro una bottiglia, potrà essere contenuto anche in un’etichettina piccolissima.
Oggi, e anche in questo ci riteniamo tra i primi, stiamo tentando ogni giorno di più di coinvolgere i produttori di materie plastiche affinché ci seguano, perché la plastica non è soltanto una brutta materia vile o lucida. Abbiamo cominciato a trattare bene la plastica, ottenendo dei risultati opachi o misti, cioè lucido e opaco (nessuno si accorge che l’etichetta è di plastica); riusciamo a fare dei rilievi sull’etichetta. Andiamo incontro in questo modo all’esigenza di massima resistenza espressa dal nostro cliente. Perciò io credo che un futuro abbastanza vicino poche etichette nel mondo dei vini bianchi, degli spumanti, dei frizzanti avranno etichette di carta. Avremo sempre di più materie prime che vadano incontro alle esigenze di fornire un’etichetta ineccepibile, perfetta. Senza fare nomi, oggi le più belle etichette fra le marche importanti dei prodotti di grande qualità di champenoise sia in Francia, sia in Italia, si stampano su materie plastiche. Credo che, purtroppo, in futuro avremo poca carta. Io sono nato con la carta, la adoro, ne sento l’odore, ma stamperemo sempre meno carta. In compenso daremo una grande soddisfazione ai nostri clienti: gli faremo dimenticare determinati problemi e abbiamo il dovere di farlo.

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