14 / 09 / 2018

Cesare Pillon, il giornalista enogastronomico più preparato, colto e brillante d’Italia si racconta.

Nella prefazione al Manuale di Conversazione Vinicola, il caporedattore del Corriere della Sera Luciano Ferraro lo descrive così: «Pillon è dagli anni ’70 il giornalista che si occupa di vino di gran lunga più preparato, colto e brillante d’Italia». Lo abbiamo intervistato: ci ha raccontato della sua passione per l’enogastronomia, delle origini del suo percorso professionale, del giornalismo specializzato oggi.

Nato a Torino nel 1931, di origini venete, Cesare Pillon è diventato giornalista a 21 anni: ha iniziato il proprio percorso professionale all’Unità, collaborando nel corso della sua carriera con testate di prestigio come il Corriere della Sera e Il Mondo. Si è occupato di cronaca nera, politica, economia, costume, critica cinematografica. Ha dato alle stampe diversi volumi sulla storia del movimento operaio.
Dal 1979 in poi si è dedicato all’enogastronomia con innumerevoli pubblicazioni, è l’autore delle voci storico-culturali dell’Enciclopedia del Vino edita da Boroli; ha partecipato alla commissione che ha permesso a Christie’s di organizzare la prima asta dei vini italiani. Continua a scrivere di vino e analizzare il mercato su Milano Finanza.

Cesare, lei ha dichiarato: «sono venuto al mondo nel 1931, una delle più grandi vendemmie del secolo scorso, soprattutto per i rossi. Il vino, evidentemente, faceva parte del mio patrimonio genetico, era scritto nel mio destino». Dopo essersi occupato di tantissime tematiche per importanti testate, perché ha scelto di dedicarsi al mondo del vino?
Perché ho scoperto che chiunque faccia un grande vino, a qualunque ceto sociale appartenga, qualunque livello di cultura abbia, non è mai un personaggio banale. Mentre si possono fare, per esempio, delle belle automobili senza essere umanamente intensi, per fare un grande vino bisogna avere una personalità di grande spessore. È questo che mi ha affascinato, facendomi decidere che appena fosse stato possibile mi sarei occupato solo di vino e di gastronomia.

La sua carriera iniziale, fino ai 48 anni d’età, ha riguardato altri temi. Ciò l’ha aiutata nel trattare il vino?
Assolutamente sì. Di qualunque cosa mi sia occupato, di economia, di malasanità… è servito tutto. Non c’è un’esperienza della mia vita che non mi sia servita al momento opportuno per capire meglio il vino. La mia passione di ragazzino per la chimica, il mio interesse per la storia. La storia del vino è uno degli elementi che mi hanno attirato di più. Fa parte della storia umana. Non si può capire l’evoluzione umana senza avere anche la percezione di come si sono evoluti il vino e il rapporto dell’uomo con il vino.

Come si svolgeva il lavoro del giornalista negli anni del suo debutto nel mondo dell’enogastronomia?
I giornali si componevano ancora con caratteri di piombo, non erano realizzati in digitale. Non c’era Internet; le notizie non arrivavano più per telescrivente, ma arrivavano ancora via fax. Le interviste si facevano di persona, non per telefono o inviando le domande e ricevendo risposte prefabbricate via mail. Insomma, il lavoro si svolgeva in modo molto più diretto. Più difficile, più complicato, più lungo, più faticoso. Ma certamente più sano.

Quali incontri sono stati fondamentali per la sua formazione professionale?
L’incontro davvero fondamentale è stato quello con Luigi Veronelli. Ne ho scritto qualche anno fa, raccontando come è avvenuto e perché ha cambiato la mia vita.
L’ho conosciuto perché dovevo chiedergli di fare un inserto sul vino per Il Mondo; lui non poteva perché aveva un contratto in esclusiva con la Mondadori, però mi diede tutto l’aiuto possibile. Una volta pubblicato incoraggiò me, il mio editore, Paolo Panerai, e tutti i vignaioli che conosceva affinché mi aiutassero a proseguire sulla strada dell’enogastronomia.
Del resto quando ho incontrato Gino mi sembrava di conoscerlo già da anni: avevo sempre letto tutto quanto aveva scritto. Non sono mai riuscito a comporre un vero archivio delle mie pubblicazioni, ma di quello che scriveva lui sì. Tutte le sue rubriche su Panorama incollate su strisce di cartoncino, elencate per bene. Vedendolo di persona mi era sembrato semplicemente di approfondire una vecchia conoscenza.

Cosa ha comportato per lei l’opportunità di partecipare alla realizzazione dell’Enciclopedia del Vino?
Arrivando dopo 25, forse anche 30 anni, dal mio debutto nell’ambito del vino, è stata un’occasione per fare un bilancio di questa esperienza. Mi sono reso conto in quel momento che, per un colpo di fortuna, avevo assistito al rinascimento del vino italiano, perché avevo cominciato proprio negli anni in cui aveva toccato il livello più basso; da quel punto non poteva che risalire. E infatti è risalito, eccome.

C’è qualche episodio vissuto nel corso della sua carriera di cui conserva un particolare ricordo?
Ho un ricordo molto preciso di un episodio avvenuto proprio agli inizi del mio percorso nell’enogastronomia. Facevo un’indagine a Montalcino quando conobbi il conte Costanti: aveva tutte le caratteristiche di ciò che qualche anno prima avrei detestato. Era un nobile, un aristocratico, era stato podestà durante il periodo fascista… E invece ci siamo trovati in una tale sintonia che finalmente ho capito: le etichette non servono, gli uomini bisogna giudicarli uno per uno. Da quel momento ho cominciato a battermi contro le intolleranze. Intollerante non lo ero mai stato, ma da allora ho maturato la certezza che l’intolleranza è veramente uno dei sentimenti peggiori che l’uomo può provare.

Pillon
Cesare Pillon e Giacomo Bersanetti

Lei ha scritto per molte testate e case editrici. Come crede sia cambiato il rapporto della stampa e del giornalismo rispetto al mondo del vino e a che punto ritiene sia oggi?
Sono molto preoccupato perché ci sono dei sintomi di un atteggiamento che non è più sano, che non è più giusto, che non è più tollerabile. Per carità, c’è stata una democratizzazione, se vogliamo, del mondo del vino. Internet permette ormai anche alle piccole aziende di comunicare direttamente con i giornalisti; in genere lo fanno attraverso le compagnie di pubbliche relazioni, che si sono moltiplicate a dismisura.
Una volta i comunicati stampa si facevano per eventi veramente importanti; si spedivano per telescrivente oppure si mandavano per posta al giornalista specializzato imponendo un embargo perché non fosse danneggiato chi lo riceveva per ultimo. Era una cosa complicata, lunga, costosa.
Internet ha facilitato tutto, e infatti mi arriva di tutto, compresi comunicati che chiedono la pubblicazione di notizie insignificanti in modo discutibile, se non offensivo. Trovo questo decadimento molto brutto.

Alla fine degli anni ‘70, quando cominciò a occuparsi di gastronomia e di enologia, queste tematiche non erano “mainstream” come sono attualmente. Trova che la loro diffusione sia un vantaggio per il settore oppure ritiene si possa parlare di una sovraesposizione? Cosa comporta tutto ciò?
Che ci sia una sovraesposizione è verissimo. Io ho avuto la fortuna di collaborare con le testate dirette da Panerai che, molto sensibile a questo tema, aveva favorito la pubblicazione di articoli sul vino in un momento in cui questo era del tutto insolito.
Però adesso si esagera. C’è stato un appiattimento generale sulla degustazione: nell’80 percento dei casi la comunicazione è imperniata solo sulla degustazione.
Io ho sempre cercato di raccontare le storie degli uomini del vino, degli uomini che fanno il vino. Sono convinto che il fattore fondamentale per i grandi vini sia il cru, la vigna eletta, ma anche l’uomo che la coltiva è cruciale. E soprattutto nella mia attività di giornalista, non solo di giornalista enogastronomico, sono sempre stato convinto che le idee non appassionano nessuno. Ciò che interessa sono le storie degli uomini. È attraverso le storie degli uomini che si può ottenere il consenso per le idee. Lo sanno bene i populisti di oggi, che fanno perno su paure create appositamente per ottenere il consenso intorno alle loro ambizioni.

Com’è cambiato il legame del mondo del vino con il mondo della finanza da quando scrisse il primo numero della guida per manager enofili nel ’79?
Avevamo imbastito questa pubblicazione per una sezione del settimanale economico Il Mondo intitolata “Affari Personali” perché era destinata a quei manager, imprenditori, lettori che erano personalmente interessati a questo tema.
Adesso è cambiato tutto: ci sono state delle esperienze di vini venduti en primeur, esistono dei fondi di investimento nel vino, c’è soprattutto un interesse per l’investimento nel vino e quindi per le aste. Devo dire, tuttavia, che per ora sono ancora l’unico giornalista italiano che segue le aste con continuità su Milano Finanza.

Lei è iscritto all’Ordine dei Giornalisti da oltre 50 anni. In questo arco di tempo la professione giornalistica è cambiata radicalmente. Quali sfide si trova ad affrontare il giornalista di settore oggi?
I giornalisti di oggi si trovano di fronte ai grossi problemi posti da Internet, che sta subordinando tutto alla pubblicità. I mezzi che in questo momento hanno successo sono forniti gratis al fruitore via Internet, però sono schiavi della pubblicità. Questo non è sano.
La sfida che il giornalista di oggi deve vincere (non lo invidio) non è semplice perché in realtà il fenomeno, come tutti i fenomeni umani, ha due facce: una è molto positiva, la democratizzazione della comunicazione, il fatto che tutti possano intervenire. Però c’è un lato negativo. E devo dire che i giornalisti sono forse quelli che devono temere di più. Il fatto che il diritto d’autore non venga riconosciuto (il tentativo di farlo pagare ha già provocato una reazione di Trump che sostiene si tratti di un attacco alle basi stesse degli Stati Uniti) è davvero preoccupante.

Il linguaggio della critica enogastronomica in Italia è cambiato nel corso degli anni? In che modo?
Sì, è cambiato: il fatto che possano intervenire tutti ne ha sicuramente abbassato il livello. Siamo lontani da quando se ne occupavano Gino Veronelli, un uomo di una cultura sterminata, o Mario Soldati, personaggi che hanno scritto pagine letterarie molto importanti sul vino. In questo momento, certo, è tutto molto banalizzato. Però penso si tratti di un fenomeno transitorio. Qualunque forma di democratizzazione comincia con un abbassamento del livello generale però poi riparte verso l’alto.

Ogni anno si occupa anche di incrociare i voti delle principali guide italiane, tuttavia dichiarato di «non aver mai dato “voti” ai vini», e in passato ha espresso la sua solidarietà a Gualtiero Marchesi, quando contestava la «pretesa di rendere oggettivo un parere espresso in base al gusto personale». Qual è la sua posizione rispetto ai punteggi dati dalle guide gastronomiche o enogastronomiche?
Le guide gastronomiche in questo momento non vivono un momento felice, sono sicuramente in declino. Non sono più la Bibbia del consumatore e questo, devo dire, è un lato positivo dell’irruzione di Internet.
In merito alla questione dei voti: io ho cercato di umanizzarla incrociando i voti di tutte le guide in modo da ottenere l’entità del consenso collettivo intorno a un vino piuttosto che a un altro. Però il fatto di dare dei voti a un vino l’ho sempre considerato un po’arbitrario. Il vino si apprezza per le emozioni che può dare. E le emozioni variano a seconda del momento, a seconda di chi lo assaggia, a seconda delle sue abitudini. È troppo personale insomma. Certo, ci sono dei grandi vini di indiscussa importanza per tutti, per chiunque ami il vino, e dei vini che ne hanno di meno. Però da questo a dire che quello vale 99 e questo 97,5 ce ne corre.

Carla, Cesare Pillon
Carla e Cesare Pillon.

Quando si avvicina a un vino, che cosa cerca, che cosa spera di trovare?
Delle emozioni nuove e dei personaggi insoliti, che mi colpiscano. Ecco, di questo il mondo del vino è ricchissimo: di gente veramente straordinaria, di amicizie che nascono attorno a una bottiglia. È difficile stabilire un rapporto altrettanto intenso con un astemio.

 

Tag Cesare Pillon, Intervista, SGA Wine design

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